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Il testamento di Faber

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Quali sarebbero state le riflessioni etiche e sociali di Fabrizio De Andrè, alla luce degli eventi del decennio breve? De André poeta o musicista, benchè lui preferisse definirsi “semplicemente” un cantautore? E, ancora: qual è il significato di quelle immagini, di quei testi sui quali De Andrè ha lavorato con tanta minuziosità? Questi, alcuni spunti di riflessione per tre autori che, intervistati da Marco Trotta nell’ambito della "Serata De André" - che si è tenuta giovedì 8 settembre alla libreria della Festa dell’Unità - hanno presentato le rispettive opere, certamente destinate ad allargare la tavolozza delle interpretazioni sul complesso cantautore.

Walter Pistarini, creatore del sito web www.viadelcampo.com e autore di Il libro del mondo, le storie dietro le canzoni di Fabrizio De Andrè (Giunti  ed.), indaga sui restroscena dei testi e dei concerti faberiani, facendo dono al lettore di qualche aneddoto poco conosciuto: come la strofa finale di "Giovanna D’Arco", assente nella versione LP e rintracciabile solo nell’originale 45 giri; e come la fan goriziana che, con tutta probabilità, ha ispirato il personaggio di "Bocca di Rosa". Il libro del mondo, inoltre, è un’esortazione a sviscerare i testi più criptici del cantautore genovese, come "La domenica delle Salme" che, non tutti lo sanno, narra di un colpo di stato alla luce dei riflettori.

L’imperiese Claudio Porchia devolverà i ricavati della vendita del suo I fiori di Faber (Zem ed.) alla comunità di San Benedetto di Genova di Don Andrea Gallo, da sempre intellettualmente vicino all’etica faberiana. Nelle intenzioni dell’autore, I fiori di Faber non tanto è un libro su De André, quanto uno stimolo a riascoltarne alcune canzoni, utilizzando come chiave di lettura il linguaggio dei fiori, dei colori e dei profumi. Scopriamo così che il tulipano di Marinella simboleggia la speranza nell’amore eterno; che i papaveri rossi (simbolo risaputamente anarchico), a veglia sul corpo di Piero, personificano la consolazione e venivano usati dagli inglesi per decorare i cadaveri dei soldati; che la rosa ha accezione di amor borghese (ma anche carnale, come in "Bocca di Rosa"); e che la viola della "Canzone dell’amor perduto" è amore manifesto, mentre la violetta di "Andrea" è amore custodito.

Di profondo interesse anche il volume De Andrè in classe (Emi ed.) di Massimiliano Lepratti, che, nella vita di tutti i giorni, si occupa di ricerca pedagogico-didattica. Lepratti mette in primo piano l’attualità e la versatilità dei testi faberiani che, così immediati, rappresentano un ottimo spunto per introdurre concetti didattici. I lucci argentati e i cadaveri dei soldati della "Guerra di Piero", ad esempio, sono un esplicito riferimento a "Dove vola l'avvoltoio", scritta nel 1958 da Italo Calvino (Nella limpida corrente / ora scendon carpe e trote / non più i corpi dei soldati / che la fanno insanguinar); "Suzanne", invece, è l’adattamento di una canzone di Leonard Cohen, che nasce in versi da otto, ma viene tradotta in esasillabi per obblighi metrici. Lepratti è convinto, inoltre, che la visione della guerra di De Andrè offra suggerimenti inediti per parlarne in maniera differente dal De bello gallico e dall’Iliade.

I tre libri, quindi, non rappresentano un insieme frammentario, bensì un corpus unico di informazioni, destinato a offrire una chiave di lettura il più possibile completa dell’opera di De Andrè.

La serata, accompagnata dall’interpretazione vocale di Silvia Parma e dalla chitarra di Marco Ballanti, ha coinvolto, inoltre, gli appassionati del cantautore genovese anche sotto l’aspetto olfattivo, tramite la presentazione di un’essenza che, realizzata con i profumi citati da "Creuza de Ma", ambisce a riassumerne il significato.

Marìka Nesi



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