E' questo l’obiettivo della campagna "L'Italia sono anch'io" per dare un futuro all’Italia, puntando sulla piena applicazione dell’articolo 3 della Costituzione. E intanto nel nostro Governo c’è un movimento che "fa della xenofobia e del razzismo i suoi assi portanti".
Diventano maggiorenni, ma non italiani. È il destino dei ragazzi stranieri di seconda generazione, quelli nati e cresciuti in Italia da genitori immigrati. Quelli che solo al compimento del 18° anno d’età possono richiedere la cittadinanza italiana, spesso entrando in un dantesco girone burocratico. È per loro che è stata lanciata la campagna “L’Italia sono anch’io”, promossa da un movimento trasversale di 18 associazioni diverse per identità e tradizioni cui hanno aderito anche alcune Regioni e alcuni Sindaci, con il fine di mettere insieme due proposte di legge capaci di superare le discriminazioni e le barriere contro cui questi ragazzi, assieme alle loro famiglie, sbattono ogni giorno. E per far sì, soprattutto, che il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione italiana trovi piena applicazione. Si chiede, da un lato, la riforma della normativa sulla cittadinanza, “aggiornando i concetti di nazione e nazionalità sulla base del senso di appartenenza ad una comunità, determinato da percorsi condivisi di studio, di lavoro e di vita”; dall’altro, che venga riconosciuto ai migranti il diritto di voto nelle consultazioni elettorali locali, “quale strumento più alto di responsabilità sociale e politica”.
Si parla di tutto questo nella serata del 6 settembre, alla Festa dell’Unità di Bologna, nel dibattito "Nuovi cittadini. Dall'immigrazione alle seconde generazioni".
A spiegare il senso dell’iniziativa è Stefano Brugnara, presidente dell’Arci bolognese: “l’attuale quadro normativo è inadeguato – avverte - in fatto di riconoscimento dei diritti degli immigrati, il principio di uguaglianza è totalmente disatteso per milioni di cittadini”. Sono circa 5 milioni le persone di origine straniera che vivono in Italia (stima il Dossier Caritas Italiana Fondazione Migrantes al 1° gennaio 2010), pari all’8 % della popolazione totale. Di questi, un quinto sono bambini e ragazzi. Ad oggi, è la felice e amara definizione di Raimond Dassy, “l’Italia degli immigrati è una Repubblica fondata sui lavori umili, tanto che lo straniero, per essere accettato, deve valere il doppio di un cittadino italiano”. Racconta bene questa geografia professionale il giornalista Riccardo Staglianò, ospite dell’incontro e autore del libro “Grazie. Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti” in cui, dopo aver analizzato ben 24 mestieri praticati a maggioranza assoluta dagli stranieri, conclude che “senza di loro l’Italia si fermerebbe domattina”. Il nostro, osserva, “è un Paese pessimo per gli immigrati, ma in Europa siamo in buona compagnia”. La battaglia, prima di tutto, è culturale, concordano i relatori: gli italiani, osserva Marco Pacciotti, coordinatore nazionale dei Forum dell’Immigrazione del PD nazionale, “hanno una conoscenza sbagliata della situazione, credono che gli immigrati siano tantissimi e che vengano nel nostro Paese con un fare predatorio. C’è bisogno di un’operazione verità e della consapevolezza che l’Italia ha bisogno dell’incontro fra culture diverse per crescere dal punto di vista umano e civile, non solo economico”.
Un percorso che per Gianni Pittella, primo vicepresidente del Parlamento europeo per il PD, ha come riferimento la Carta di Nizza. I progressisti europei, avvisa, “hanno l’opportunità di raccogliere una grande sfida: nella Carta ci sono i valori fondativi del nostro modello sociale e nessuna discriminazione rispetto ai diritti su cui è fondata può essere tollerata. L’UE ha le gambe robuste e il Parlamento Europeo deve lanciare un’offensiva politica e culturale come spazio dei diritti e del diritto. In Italia è inaccettabile – conclude - che un grande movimento conservatore e popolare come il Pdl possa convivere con un movimento, la Lega, che fa della xenofobia e del razzismo gli assi fondamentali della sua identità”. La serata è anche l’occasione per rilanciare il corto “18 Ius Soli” del giovane regista e produttore bolognese Fred Kuwornu, secondo il quale il “paradosso è che non conta dove sei nato ma di chi sei figlio, mentre per esempio negli Usa ci sono figli di immigrati italiani che hanno la cittadinanza italiana”. Ma Kuwornu non teme le sfide: “il mio obiettivo – spiega – è di portare il mio lavoro nel nord Italia ad un pubblico di centro destra, magari leghista. Prima di chiedere e pretendere bisogna far conoscere e dialogare. È così che si può cambiare la cultura degli italiani”. La certezza del giovane regista è che la seconda generazione di stranieri deve essere considerata una risorsa per il futuro dell’Italia: ”il nostro Paese – dice - perde opportunità rispetto agli altri se non valorizza gli immigrati e farlo è, perciò, un diritto degli stessi attuali cittadini”.
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