Partigiano in giovane età , batterista jazz negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, scrittore e conduttore radiofonico. Queste le mille sfaccettature della figura di Giuseppe D’Agata, ricordate martedì 6 settembre alla Festa dell’Unità di Bologna attraverso letture edite e inedite dallo scrittore giallista Matteo Bortolotti, dall’attore Eros Drusiani, Franco Foschi, Massimo Meliconi e Francesco Colombati.
Molisano, figlio di un tipografo di buona manifattura, Giuseppe si trasferì a Bologna col padre. Erano gli anni del fascismo e Pippo (come lo ricordano gli amici) era impegnato nell’appendere, abusivamente, volantini antifascisti di notte durante il coprifuoco. Il rapporto col padre era ottimo; quest’ultimo sapeva della campagna antifascista del figlio, anche se mai ne avevano parlato. Silenzio e compiacenza, in poche parole.
Al termine della guerra Giuseppe continuò gli studi laureandosi in medicina. Ma per il libro “Il medico della mutua” rischiò la radiazione dall’albo dei medici, poiché prese spunto dall’esperienza di sostituto dei colleghi, medici della mutua appunto, svelando alcuni momenti del mestiere. Quando visitava i pazienti stava ore e ore a dialogare con loro, amicandoseli, e come medico raccolse molti apprezzamenti.
La sua carriera da scrittore e artista prese il via per caso: il padre vinse due libri alla lotteria, uno riguardava l’epoca fascista con foto e didascalie (lo mise in un angolo e non lo toccò mai) e l’altro era un libro di Vittorini. Giuseppe lo lesse e ne rimase folgorato, tanto da cercare l’autore con una lettera. Vittorini rispose invitandolo a Milano e lui vi andò con un suo primo scritto, che si fece correggere (pubblicato in seguito, nel 1976). Fu dunque il libro che il padre gli regalò, a dar inizio alla sua carriera letteraria, tanto che lo conservò fino alla morte.
Trasferitosi a Roma, iniziò i suoi primi passi in Rai e alla radio mentre “Il medico della mutua” lo stava rendendo famoso. Per Giuseppe fu un onore “abitare i comodini degli italiani”. Una nota negativa si riscontra nella critica: mai fu giudicato come gli si doveva, spesso fu scordato. Era invece un maestro nel costruire narrazioni usufruendo dei dialoghi e aveva un modo di scrivere ironico e divertente, specchio del suo modo d’essere nella vita.
Tornato a Bologna per ricominciare una nuova vita, vedovo della moglie Lucia e ormai “stanco”, si impegnò a frequentare i maggiori salotti letterari, a promuovere la cultura e ad aiutare giovani che tentavano di emergere in questo campo. Gli ultimi anni apparve però una figura isolata, molto appartata, forse cosciente di una vita straordinaria ormai passata. Alla sua morte, nessuno lo ricorderà come avrebbe meritato.
Per Matteo Bortolotti, Giuseppe D’Agata era una persona piena di dignità , ironico, umile, “masticatore folle di caramelle” e in grado di adattare il suo linguaggio ai casi che gli si presentavano, pur di dire la sua.
Alessandro Gallo
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