Sono 80.000 in Emilia-Romagna i partigiani riconosciuti ufficialmente durante la seconda guerra mondiale. Il numero effettivo però sarebbe di gran lunga superiore poiché il dato fa riferimento unicamente a quelli registrati. Lo hanno evidenziato Luciano Casali e Alberto Preti che sabato 2 settembre, alla festa dell’Unità di Bologna, hanno presentato il loro libro “Identikit della Resistenza” edizioni Clueb.
L'Italia, hanno affermato, è l'unico paese dove ancora non è chiaro il numero di partigiani effettivamente caduti e questo si è verificato perché il computo delle vittime lo si è fatto soltanto a partire dagli anni sessanta. L'inchiesta contenuta nel libro, invece, si basa su statistiche che vanno dal 1945 al 1946 ed è supportata da altre rilevazioni ancora non ufficiali.
Per approfondire la ricognizione si stanno impegnando molti Comuni, nonostante la carenza di risorse, attraverso le scuole con materiale didattico mirato. Si è visto che il vero problema, ultimamente, è mantenerne nei giovani la memoria salda di quanto è accaduto in quegli anni. Per far ciò, argomentano gli autori, occorrono da un lato gli strumenti di conoscenza e dall'altro la capacità di colmare le lacune.
Secondo gli autori il fatto che oggi la Resistenza venga ricordata come fenomeno quasi totalmente militare è sbagliato, molte persone hanno militato nella Resistenza dando un contributo fondamentale alla riuscita degli obiettivi: dalla comunicazione dei giornali clandestini all'impegno delle 7703 donne (l’8,6% totale dei partigiani riconosciuti) che hanno aiutato a sconfiggere il nemico. Molte di loro non hanno neppure sfilato con i partigiani per festeggiare la liberazione: non era infatti di buona fama sapere che giovani ragazze erano nelle montagne circondate da uomini.
In ogni caso, la Resistenza era una minoranza ma molto consistente: senza l’aiuto dei contadini (32%) e operai di fabbrica (31%) questa guerra sarebbe stata persa in partenza.
I dati raccontano che per la maggior parte erano molto giovani: Bologna 65% tra i 18 e i 30 anni, Ferrara 58%, Forlì 57%, solo Padova presenta una percentuale maggiore, 78%, di giovani partigiani.
In quel periodo, la società italiana poteva quindi contare sui giovani, ma erano disorientati. Bisogna comprendere che allora poteva anche essere difficile scegliere: le nuove generazioni non conoscevano altra politica al di fuori di quella fascista e i più anziani venivano da vent’anni di regime. Spesso ci si trovava obbligati a scegliere: con la Repubblica di Salò, problema etico non da poco o andavi a combattere insieme all’invasore tedesco o entravi nell’illegalità. Bisognava affrontare un cambio di mentalità, toccherà alla Resistenza creare la democrazia e rifondare una nuova Italia; costruire un nuovo impegno civile e morale di uno Stato in declino.
I due autori hanno infine fatto presente che per approfondire il discorso, sulla composizione dell’esercito partigiano è giusto fare affidamento sulle maggiori organizzazioni partigiane italiane.
I dati che esse hanno raccolto sono da considerare veritieri: i due studiosi hanno analizzato cartella per cartella molti identikit di partigiani. Per giunta, l’anno dopo la fine della guerra, un decreto consentiva a chi aveva militato con i partigiani di essere ufficialmente riconosciuto come tale: ma molti neppure si presentarono. Aver lottato per la libertà rischiando la vita lo considerarono normale.
Alessandro Gallo
Condividi sui Social Network:












