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"Ti racconto l'Italia". Dante Alighieri

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Vanto dell’Alma Mater, considerato fra i maggiori dantisti contemporanei, Emilio Pasquini introduce la sua "Conversazione per Dante" intrecciando tre profili dell’Italia: di oggi, di sempre, del tempo del poeta. L'appuntamento, sotto il segno di Casadeipensieri, è stato ospitato martedì 30 agosto dalla Libreria Melbookstore di via Rizzoli. 

Lo studioso invita il pubblico a scoprire in filigrana, attraverso la rilettura di alcuni famosi passi della Commedia, ciò che è rimasto del Bel Paese e cosa è scomparso definitivamente. E la prima grande assente, senza dubbio, è la magnanimità, dote fondante del comportamento etico dell’uomo, soppiantata dalla pusillanimità contemporanea. In certo senso, Dante fu profeta dell’unità nazionale: unità perseguita dai padri del Risorgimento, per impulso appunto delle loro grandi anime. L’Alighieri riconobbe un’unità d’Italia di tipo geo-culturale, nutrita di sangue e latte da una cultura classica, intesa come madre, che ha come protagonista Virgilio, l’amorevole guida, durante il viaggio attraverso inferno e purgatorio.

I luoghi evocati nelle cantiche del poema sono descritte secondo la prospettiva di ciò che il poeta ha autenticamente visto, sentito raccontare, o solo letto. Anche in questo trapela il fascino di Dante: la capacità di capire il segreto di un luogo, senza averlo mai visto; questo vale sicuramente per Parigi, ricordata mediante “il Vico de li Strami” nell’incontro con Sigieri di Brabante, e per i cimiteri di Arles e Pola simili agli avelli ove giacciono gli eretici del IX canto infernale. La pineta di Classe, menzionata nella similitudine con il Paradiso terrestre, appartiene invece al novero dei luoghi direttamente esplorati dall’Alighieri: una foresta, come noi oggi non possiamo più riconoscere, intatta, intrisa d’armonia e popolata da animali, pervasa da tale magica bellezza, da suscitare il paragone con la dimora dei progenitori antichi. La memoria visiva e dunque reale di Monteriggioni, circondata da torri, si traduce nella apparizione degli orribili giganti infernali del canto XXXI: una fantasia medievale che si è impressa nell’immaginazione di milioni di lettori, in modo indelebile. In questa rassegna dei luoghi, appare anche Bologna, la città della giovinezza, inaccessibile dal 1302 per l’esule fiorentino, perché dimora di feroci oppositori. La Garisenda compare in un sonetto, trascritto dal notaio Enrichetto delle Querce nei Memoriali del secondo semestre 1287, conservati nell’Archivio di Stato cittadino: il poeta, scherzosamente, si rammarica che, per osservar la torre, gli sia sfuggita la vista una bella fanciulla, a spasso lungo la strada. Nessuna meraviglia, invece, se di Roma, pur menzionando ponte Sant’Angelo, Dante non celebra il Colosseo: i grandi monumenti come l’anfiteatro Flavio e il teatro di Marcello erano infatti completamente occultati dalla miriade di abitazioni addossate ad essi; vicoli e sentieri costituivano vie d’accesso ben diverse dalle strade che il riassetto urbanistico della capitale ha consegnato ai nostri sguardi, liberando appunto le architetture dalle ingombranti superfetazioni. Edificio cardine del mito di Firenze è inoltre il bel San Giovanni, dove si trovava il grande mosaico di Coppo di Marcovaldo, che sicuramente impressionò l’immaginazione di Dante bambino con la rappresentazione del giudizio universale. Purtroppo la promettente lettura della Commedia, a confronto con i modelli iconografici, è compromessa dalla perdita delle opere artistiche e questo vale anche per i mosaici ravennati, assai più numerosi rispetto a quelli giunti sino a noi. Orme di Dante in Italia di Alfred Bassermann, redatta nel 1897, è l’opera che stabilisce una sorta di mediazione ottocentesca per questa ricostruzione dell’Italia di Dante: un prezioso suggerimento bibliografico che gli ascoltatori più avveduti non mancheranno di annotare.

La conversazione fluisce libera, perché Emilio Pasquini non legge se non il testo del poeta: in questo modo gli occhi dello studioso incontrano quelli del pubblico, in una sorta di compartecipazione evocativa di passi poetici e paesaggi, di tradizione letteraria e di immagini da condividere. E si arriva così alle porte del futuro che anche un autore del ’300 può spalancare: l’astronomo rumeno Roman Patapievici asserisce che Dante era arrivato ad intuire l’equazione di Einstein in base alla quale il tempo è in funzione dello spazio e soprattutto aveva intuito l’ipersfera, ovvero una sfera inserita in uno spazio quadrimensionale, rappresentando il rapporto tra i cieli, la terra e l’empireo. Molte sono le precognizioni per cui Dante può suggerire stimoli per il futuro, ma la direzione principale sulla quale Pasquini sente di dover insistere è il concetto di morale laica: seppur religiosissimo, Dante non rinuncia a proferire invettive contro la corruzione della Chiesa, in nome di un ritorno alla spiritualità evangelica, rivelando anche in questo la propria magnanimità. Magnanimità, la parola chiave di questa conversazione, è una sorta di testimone a suggello di quell’unità tutta speciale vagheggiata dall’artista che meglio rappresenta ancora oggi lo spirito generoso e vivo della nostra tradizione culturale.

Fabia Zanasi



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