La registrazione della diretta
È una Rosy Bindi molto “più preoccupata” di quanto non fosse nel 2001, all’inizio della precedente esperienza di Governo Berlusconi, quella che venerdì sera, 19 settembre, alla Sala Dibattiti del Parco Nord risponde alle domande di Natalia Augias.
Perché oggi manca un “presidio sociale” e siamo di fronte a un “indebolimento del sindacato”, che “non c’è dove dovrebbe esserci”, tra precari e disoccupati. Perché la crociata contro “i fannulloni” copre “l’incapacità di riorganizzare la Pubblica Amministrazione”. Perché “gli imprenditori”, dopo i vantaggi ottenuti nei due anni di Governo Prodi, non si rendono ancora pienamente conto che devono giocare “la loro parte per il bene del Paese”. E perché la politica non ha il coraggio di “rimuovere le incrostazioni” che chiudono le porte del futuro: fissando le regole di una vera liberalizzazione, potenziando le infrastrutture, sostenendo la ricerca.
Altra direzione quella intrapresa dal Governo di centro-sinistra, caduto perché la coalizione ha agito “contro se stessa”: un Governo che, “con senso di responsabilità”, ha risanato i conto dello Stato (ha dovuto riconoscerlo “lo stesso Tremonti”); e ora sarebbe giunto il tempo per diminuire la pressione fiscale e aumentare i redditi. Alle elezioni, insomma, “non dovevamo arrivare”: adesso, però, bisogna interrogarsi su “una sconfitta pesante”, e rendersi conto che il Paese “è cambiato”. Il PD deve “ascoltarlo di più” e “parlare di più”, per far passare i propri valori; PD a cui “non c’è alternativa” se non ci si vuole allontanare dal “cammino della Costituzione, della solidarietà, dell’innovazione”.
Perché il rischio è che passi un modello di società per cui i cittadini sono sicuri solo con l’esercito, e l’insicurezza deriva dagli immigrati (intanto fatti come quello di Milano, dove un ragazzo nero è stato ucciso a sprangate, “si moltiplicano”); un modello per cui la crescita dei giovani parte da una scuola del grembiulino e del 5 in condotta. È in gioco la democrazia, in Italia: dove c’è chi “decide, calpestando la concertazione” e non curandosi delle minoranze (e confondondo pubblico e privato), di solito si decide “contro il Paese”.
E in una democrazia, al di là del tanto invocato “dialogo”, il governo fa il governo e “l’opposizione fa l’opposizione”, che non significa dire no a tutto ma tener ferme “le proprie idee”.
Quello che deve fare il Partito Democratico. Che “o è il compimento del progetto dell’Ulivo o non è”: le sue “difficoltà” derivano dall’aver “rinnegato tale progetto”. Questo però va detto “restando dentro”, ponendo “tutte le energie” a disposizione di un partito che, ricorda, va gestito “in modo collegiale”.
Il PD deve poi affermare la propria “vocazione maggioritaria”, senza per questo cedere a tentazioni di autosufficienza. Perché può aprire “un nuovo rapporto con il mondo cattolico, all’insegna della laicità”, senza doversi alleare con l’UDC (“il buon Dio chiederà conto a me, non al cardinale, delle leggi che ho fatto in Parlamento”) e difendere “le ragioni del lavoro” senza bisogno di cercare l’appoggio del PRC. Questo significa, in prospettiva elettorale, fare alleanze “sulla base del programma”, “per governare”. E dar vita a “primarie vere”, per “rafforzarsi non per dividersi”, recuperando “il popolo delle Primarie” consapevoli “che possiamo allargare la nostra classe dirigente”. Così si affermerà un partito che è “là dove sono le persone”.













